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    Jack O'Lantern

    Jack era una vecchia canaglia, ubriacona e taccagna. Come ogni sera stava cercando la strada di casa, ostacolato dal buio e dai fumi della birra scura, che lo costringevano a saltellare sui suoi, incredibilmente quattro, piedi.
    Avrebbe mollato. Un attacco di cirrosi epatica sarebbe stata la sua condanna, quella notte stessa.
    Ed il Diavolo era ormai intenzionato ad impossessarsi della sua anima da peccatore, ma.. Lui non è così malvagio come lo si descrive.
    Si fece impietosire dall'irlandese e decise di esaudire il suo ultimo desiderio: trasformarsi in una moneta da 6 penni, per un'ultima bevuta (originale Jack, davvero originale).
    Avvenuta la mutazione, Jack afferrò la moneta e la mise nel suo portafoglio. Peccato (per il Diavolo) che il suo portafoglio (probabilmente rubato ad un trappista dal gusto kitsch) avesse ricamata sopra una croce.
    Imprigionato irrimediabilmente, per riottenere la libertà, il Diavolo accettò di non pretendere mai più l'anima del vecchio.
    Il suo fegato, però, non tenne conto di questi accordi, e un anno dopo decise di averne abbastanza (perchè si sa, il fegato, se ci si mette, è più cattivo del demonio).
    Ora, visto che di andare in Paradiso proprio non se ne parlava, Jack si presentò alle porte dell’Inferno.
    Ma il Diavolo non dimentica. <<Una promessa è una promessa>> disse fiammeggiando, <<pertanto, caro il mio Jack, vattene da qui: io non ti voglio.>>
    Jack si guardò indietro, e vide solo buio, sulla via che avrebbe dovuto ricondurlo a casa.
    Il principe delle Tenebre, che per quanto sia malvagio, è pur sempre un signore, prese un tizzone infuocato dalla fornace eterna e glielo lanciò.
    Jack aveva con se una grossa rapa (chi non viaggia con una rapa in tasca!): la intagliò e ci mise dentro il pezzo di carbone incandescente, per illuminare la strada.
     
    Da allora, nella notte di Halloween, se guardate con attenzione, potrete intravvedere una fiammella che vaga nell’oscurità, alla ricerca della strada per casa.

    Dedicato a chi regge la mela

    In macchina non faccio che ascoltare il Van Des Froos de "Il figlio di Guglielmo Tell".
    E' una canzone che ho conosciuto quest'estate grazie al Gruppone, ovvero i ragazzi con cui sono andata in Romania, a Bistrita, un inferno popolato da angeli (storia lunga, difficile da raccontare, e di cui ,tra l'altro, sono particolarmente gelosa).
    Il testo è in dialetto e recita..
     
    <<Sun't el fiö del Guglielmo Tell, che l'era un gran òmm
    però de me, i geent, i se regòrden gnanca el nòmm
    e pensà che sèri mè, quel fiöö cun la poma in söe la cràpa
    e pudèvi mea tremà e pregàvi…"sperèmm che la ciàpa !"
    E i geent i me vardàven tücc, i me vardàven giò la finestra
    i öcc i me puntàven tücc, ma me vardàvi la balestra…
    (Tradotto: Sono il figlio di Guglielmo Tell, che era un grande uomo
    però di me, le persone, non si ricordono neanche il nome…
    E pensare che ero io quel bambino con la mela sulla testa
    e non potevo tremare e pregavo…"speriamo che la prenda!"
    e la gente mi guardava, mi guardavano tutti dalla finestra
    tutti gli occhi mi puntavano, ma io guardavo la balestra ...)
    "Dài papà,dài papà…Proviamo almeno con l'anguria…"
    "Non dubitar di me figlio mio, lo sai che divento una furia!"
    "Dài papà, dài papà…Proviamo almeno col melone…"
    "Non si può figlio mio, tu lo sai… e poi non è neanche la stagione…"
    "Dai papà,daipapà…Proviamo almeno col pompelmo…"
    "Non temere figliolo, tuo papà si chiama Guglielmo !"
    Però l'è mea pö taant bèll…vèss el fiöö del Guglielmo Tell
    perché me de quèla volta sun in giir cun là el patèll
    e sun cunteent per el mè pà, che l'han fatto eroe nazionale
    ma da allora se vedo una mela comincio a stare male…ma male...
    ( Tradotto: Però non è poi così tanto bello essere figlio di Guglielmo Tell
    perchè io da quella volta sono in giro con il patello
    e son contento per mio padre, che l'hanno fatto eroe nazionale
    ma da allora se vedo una mela comincio a stare male…ma male…)
     
    El papà l'era giò in fuund, l'era giò ch'el ciapàva la mira
    e me südavi frècc perché tra l'altro el segütava e segütava a beev giò bìra…
    "Desmètela de beev, papà, se no te ghe vedet dùpi"
    "Niente paura figliolo, maal che vàda…te cùpi !"
    (Tradotto: Papà  era giù in fondo, era giù che prendeva la mira
    e io sudavo freddo perchè tra l'altro continuava a bere birra…
    "Smettila di bere, papà , se no ci vedi doppio"
    "Niente paura figliolo, male che vada…ti uccido!")


    Ecco lo sento, lo sento…adesso scocca!
    Chi è quel bigolo che ha parlato
    come sarebbe a dire:
    "Proviamo con l'albicocca ?"
     
    Non conoscendo bene il dialetto e basandomi sulla melodia pensavo che questa fosse una di quelle canzoni spensierate. Che fanno sorridere.
    Bene, non mi sbagliavo (carina la parte in cui il ragazzo propone frutta, e geniale quella in cui lo str*nzo dal pubblico ha l'idea dell'albicocca). Ma c'è molto di più. Insomma, io davvero non c'avevo mai pensato al figlio di Guglielmo Tell.
    All'altro punto di vista.
    Chissà quanto mi lascio sfuggire ogni giorno. Quanto poco ho imparato di quello che avrei potuto imparare lasciando un po' soli (credo farebbe bene anche a loro) il mio Io e il suo Superiore.
    Chissà quante persone ci sono dietro, accanto, sotto.
    Persone che forse non si vedono, ma che fanno prendere forma a storie, piccole e grandi.

    Piove

    A volte sento dentro di me tutto il male che ho attorno.
    Mi prende alla bocca dello stomaco e non riesce ad uscire.
    Occhi che implorano aiuto, un aiuto che nessuno potrà mai dare.
    Mani tese inutilmente, pallide, come a dire:<<Forse siamo vicine. Forse mi capisci>>.
    Un disperato camminare avanti e indietro, un moto perpetuo per sentire che ci sei, che hai tutto sotto controllo.
     
    Avrei davvero tanta voglia di ridere, ridere senza fermarmi, senza un motivo, per non pensare.
    Una risata ridimensiona le cose. Le rende piccole, le umilia.