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    Ed è subito Noia

    Il sipario si apre, tacete!

    Che entri in scena lo spettro di me stessa.

    Abulica ombra di quello che ero, sarò vittima sacrificale di un pubblico mai pago di vedere le mie gambe cedere, sentire la mia voce sciogliersi tremando.

    Perciò -coraggio- f a g o c i t a t e m i.

    Sbucciate il mio cuore, incidetene l’aorta, verticalmente. Farcite i miei ventricoli di stricnina, soffocate l’incerta filastrocca di sistole e diastole.

    E poi brindate, sì. Ubriacatevi del mio sangue.

    Il mio sangue è un cocktail di Noia e Strazio.
    E, in serate propizie, rhum bianco.

    Figli di un dio minore

    L’autobus corre veloce sulla strada e ci porta lontano, sempre più lontano da casa, nel cuore della Romania.

    Il mio gruppo ed io vivremo 15 giorni in un istituto per ragazzi rumeni, uno dei tanti, con l’intento di fare per loro qualcosa che ancora non ci è ben chiaro. Certamente il possibile.

    L’eredità di Ceausescu e del suo regime socialista, il più lungo che l’Europa abbia conosciuto, è spaventosa. Dal 1965 infatti, per più di vent’anni, la dittatura ha messo in ginocchio il paese.

    Per arrivare alla costruzione di una nuova società socialista, il governo impose una consistente crescita della popolazione: furono vietati l’aborto e l’uso di contraccettivi ed offerto un assegno alle famiglie con più di cinque figli.

    Centinaia di bambini, i “copii”, che non potevano essere mantenuti dai propri genitori iniziarono così ad affollare gli orfanotrofi statali, luoghi di assoluta negazione dell’infanzia, e continuano a farlo tutt’ora: Ceausescu venne fucilato il 25 dicembre del 1989, ma sembra non essere mai morto.

     

    Scivoliamo via, lasciandoci alle spalle i grigi palazzoni di cemento delle periferie di Bucarest, e con essi il presente.

    Lo scenario prende nuove forme, il verde è ora così intenso da incantarci; e diventiamo ignare comparse di un romanzo gotico di un'altra epoca, ingenui protagonisti di una favola dei fratelli Grimm. Maestosi castelli, guardiani di oche, casette di marzapane e vecchine dal volto di carta crespa ci sfilano a fianco, e la nostra presenza poco s’intona con questa meravigliosa e malinconica melodia dell’est.

    La magia però ha subito fine: una brusca manovra dell’autista ci richiama alla dura realtà.

    La grossa scatola grigia rallenta solo per qualche secondo. L’eternità.

    C’è un giardino curato, silenzioso, definito da un cancello basso che chiunque potrebbe scavalcare senza alcuna fatica.

    I bambini sono circa una trentina, adagiati sull’erba. Si cullano, in ginocchio, nel vano tentativo di contenere la disperazione della loro anima. È qui che ha inizio il moto perpetuo dei loro corpi, un’immagine che ti entra dentro come un pugno nello stomaco e non ti lascia mai.

    L’autobus riparte e, più pesante, ci conduce a destinazione.

    Il nostro istituto è un edificio grande, fatiscente. I vetri alle finestre sono rotti e non c’è riscaldamento quando la temperatura raggiunge lo zero, d’inverno.

    Dormiremo nelle stanze dei copii, che ci toccano incuriositi ed emozionati.

    Una ragazza, rasata a zero, si aggrappa ai miei capelli, un’altra, senza scarpe, mi prende per mano.

    Molte di loro nascondono la propria femminilità dietro a magliette larghissime, cappellini degli Yankees arrivati in beneficenza da chissà quale parte del mondo, ed atteggiamenti duri, aggressivi.

    Il motivo è semplice quanto doloroso: allontanare l’attenzione dei guardiani e dei ragazzi più grandi dalle loro morbide forme.

    Ancora più penoso è scoprire dove quell’attenzione si sposterà.

    S. ha circa 10 anni, ed è sorprendente come riesca a presentarsi, nonostante le violenze che subisce sin da quando è molto piccolo, come un bambino qualunque. Ti guarda con aria smaliziata e grida qualcosa in rumeno: sei la prossima preda di una delle sue fantasiose marachelle.

    La porta della camera di S. non ha la chiave. E di notte, qualcuno alza la musica.

    Poi ci sono loro, i ragazzi più indifesi per la loro delicatezza fisica ed emotiva. Fanno pulizie, bucato e commissioni di ogni genere per i copii più forti, oltre ad essere, naturalmente, il loro passatempo quando si spengono le luci.

    Ma non puoi distinguere i buoni dai cattivi: chi è vittima oggi diventerà con grande probabilità carnefice domani.

     

    Attualmente circa 45 mila bambini rumeni vivono oggi in condizioni disumane, abbandonati a loro stessi. Più di 3 mila di loro sono affetti da Hiv.

    Eppure il paese sembra pronto ad entrare nell’Unione Europea, il 1 Gennaio 2007.