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http://famchinaski.splinder.com19 aprile 2007
Caro papà, lo giuro. Questo è l’ultimo tentativo che faccio. Imbarazzata dichiaro di essere seduta qui sul cesso, tavoletta giù. Mi stringo le gambe nelle braccia e ondeggio di un movimento Autistic Formula che ogni NON SO QUANTI MINUTI scema in fissità posturale. Oggi, prima di diventare autistica, sono stata nell’ordine: borderline, sociopatica, antisociale, ossessivo-compulsiva ed isterica. Ma non mi basta e divento schizofrenica, una schizofrenica waterproof che impermeabile si lascia scivolare addosso un disturbo dell’umore qualunque perché è solo acqua fresca, in confronto alla dissociazione mentale. Sigillata in bagno sono felice e piango, mi sento triste e sorrido. Perdo il contatto con la realtà, la concezione dei limiti del mio io. Ora depressa, ora euforica, guardo la lancetta. La guardo, ma NON SO DA CHE ORAessaiperchè? Perché lei non si muove, papà. Le pile dell’orologio sono finite e anche se le cambiassi con un paio di pile pescate a caso dal cassetto delle pile usate, l’orologio spirerebbe presto. Primo perché una pila usata è una pila finita; secondo perché l’orologio è rotto, papà. Si è rotto due anni fa, come la sveglia che puntualmente servi entusiasta sul mio comodino, ogni volta che si ferma. La stessa sveglia che puntualmente mi fa arrivare in ritardo. Puntualmente, paradossalmente, in ritardo. Io non lo so cos’hai contro il tempo, ma ricordo l’esordio, vent’anni fa. Con un paio di scarpe invernali, le mie Kickers invernali: un taglio in punta e m’invitavi a correrci d’estate. No papà. Se poti un paio di scarpe invernali non maturano in scarpe estive. Sono ancora, e sempre saranno, scarpe invernali. Lo sono nell’anima, nella suola, ma soprattutto nell’odore. Quindi ti prego, sii meno neofobico di così. Butta gli orologi rotti, svuota il cassetto delle pile usate. Smetti di produrre cuori malati in casse toraciche incrinate, spogliati del tuo essere conservazionista in modo casual. La moda casual veste così male un artista come te. E il tempo schiaccia anche più duro, quand’è fermo.
A presto, se il tempo riprenderà mai la sua corsa,
tua figlia Ilaria
Il giorno dopo, l'armadio del bagno si presentava come nella foto che vedete.
20 aprile 2007 Papà, pigli per il culo?
"Bambini, dite ciao ciao ai commenti!" "Ciao ciao, commenti!"Me n’ero andata in fissa, come da copione. Masticavo una daygum convincendomi avesse ancora, dopo ore di macinamento, il solito gusto d’aspartame cui ormai mi ero assuefatta, e affezionata. Ah si! Intanto mi cercavo in un riflesso e, se non fosse per la suddetta pratica digestiva, mi accorgevo di sembrare una di quelle persone che tutti definirebbero “a modo”. Orecchini di perle Ayoka: impostazione classica. Ballerine tacco zero: mood naif. Freud in una mano: formazione accademica. Mela verde nell’altra: la salute prima di tutto. Ma poi, quando pizzicavo la pelle del polso, quella bianca, sottile, confine all’apparenza inconsistente tra ciò che sono e ciò che sembro, sentivo il cuore pulsare. E pulsava a ritmo di un Manson blasfemo al ridicolo. Quanto mi piaceva. Mi piaceva che gli altri pensassero fossi una brava ragazza. Una come tante, che abbina il gloss alla fantasia del perizoma interdentale, che parla di valori assoluti a preti e pretendenti. Che usa il guanto di crine 2 volte al giorno, che legge di Psiche e Cupido. Che si emoziona per un cucciolo, cuccioli di toporagno compresi, gemendo quasi quanto geme mentre simula l’orgasmo settimanale, mancato dal ragazzo con cui fa sei anni a febbraio. Ragazzo il quale verrà lasciato su suggerimento di Paolo Fox l’anno immediatamente successivo, il pomeriggio di San Valentino. Ogni tanto poi volevo pensarlo anch’io, di essere una brava ragazza. Così, con l’augurio di ripulire la moquette cerebrale, archiviavo i miei cd, ogni cd una custodia, ogni custodia un titolo, attinente. Poi staccavo una ad una le daygum usate dal posacenere dell’auto, e mi compravo un libro di Crepet sul rapporto di coppia. Biascicavo un Padre Nostro prima di andare a dormire e mi svegliavo con i Cinque riti Tibetani. <<Chakra! E’tutta questione di Chakra!>> ripetevo insistentemente alla mia seconda personalità. Ovviamente, in una settimana, l’entropia faceva di me quella della settimana precedente. Fino a che un giorno.
Fino a che un giorno non fu aperto un nuovo blog. Lì la storia ha un seguito. http://famchinaski.splinder.com
Sei più bello quando te ne vai.Panzon si è messo il vestito migliore ed è pronto a varcare la soglia per abbracciare la piccola. Anche questa volta però il suo girovita è incredibilmente esuberante e un abbraccio incompleto è solo un abbraccio mancato. Quando sarà abbastanza forte da rinunciare al secondo per un abbraccio degno di questo nome? Riempie lo stomaco per riempire l’anima, Panzon.
La piccola, d’altro canto, è una piccola carogna schifiltosa ultimo posto al campionato mondiale d’apnea in appartamento, e la pancia di Panzon è davvero un buon alibi per lei. Lo vede una volta all’anno solo se l’anno è dispari e non riesce nemmeno a far finta che il suo alito non sappia di tropici, così caldo umido com’è; uno spiffero all’aroma di cotone, carta, tabacco e gas butano. Così trattiene il respiro finchè può per poi lasciar la presa e correre sul balcone in cerca di un odore qualsiasi purchè non sia quello di Panzon. Quando crescerà? Le piace restare piccola. L’infanzia è così comoda.
Nella migliore delle ipotesi un giorno Panzon tirando su da una sigaretta prenderà il volo, come una di quelle mongolfiere colorate a Chateu D’Oex. Lei lo guarderà salire sempre più in alto. Leggero e sottile come non lo è stato mai. E qualcuno finalmente lo saluterà, bellissimo, nell’abito migliore. Arrivederci Panzon. Scarabocchio cuori capovolti.[Questa storia non parla di me. Mio padre è di là, e peraltro non fuma.]
E così lui se ne va, e le foglie cadono tutte dagli alberi.
Questa è una di quelle lunghe giornate invernali in cui hai le mani gelate e ti spiace che la luce non abbia voglia di trattenersi ancora un po’ con te.
Ma la strana sensazione che l’inverno nasconda la primavera ti consola.
O forse è solo inverno, in un giorno primaverile.
Perché quando se ne va, quando le foglie cadono tutte dagli alberi, in quel preciso istante, lui ti rovina la vita.
E la senti la tua vita, mentre si spezza.
Provi a giustificarlo, chiamandolo ruggine, inverno, gravità.
Provi a fingere che appartenga a un altro mondo, che sia speciale.
Dentro di te però lo sai che è semplicemente lui.
Nemmeno la scusa delle sigarette, borbotti.
“Vado e torno” avrebbe potuto dirti, come in un inganno che si rispetti.
L’avresti guardato negli occhi e magari per una volta, per un’unica fottutissima volta, vi sareste capiti.
E invece no.
Non meriti nemmeno un addio.
Dai un’occhiata fuori, vicino alla sedia che gli tiene il posto sull’erba.
Lo cerchi dietro la chitarra, controlli nel suo cassetto.
Ma lui non c’è più, lui non esiste più.
Chissà se è mai esistito.
Anche se non ci sei, sei dentro di me.
Come il sole che continua ad abbacinarmi quando chiudo gli occhi,
come una torcia che sciabola nel buio lasciando una lunga cicatrice rossa. Dialogo tra il mio Sè e il suo Super-Io. (prima puntata)<<Prego signorina C., venga. (scarabocchia qualcosa). Si accomodi. Siamo rimasti solo noi. (scazzo. alza la testa. sollievo.)>> <<Già. Grazie. Buonasera (molto Rottermeier). Sa Professore, sono qui da questa mattina alle nove. La voglia di fare l’esame mi è comedireunpo’ PASSATA.>> <<Eh eh (sorriso imbarazzato). Mi dispiace signorina, ma siete in quanti siete, ovvero tanti. Oggi a lei domani a un altro (tentativo malriuscito di ammiccamento).>> <<Si certo Professore (Dio che schifo.), ha ragione. Mi scuso per l’osservazione da infanta inacidita, ma, Lei capisce, sono davvero stanca.(si toglie il maglioncino e sorride).>> << Dunque (primo colpo di tosse), allora. Vista l’ora le devo ALMENO una domanda a piacere.>> <<Già, (sottovoce) il piacere. >> << Come dice scusi? (Cazzo. Ho sentito bene?)>>. <<No, niente. Vaneggiavo tra me e me. (Si. Hai sentito bene, brutto vecchio bavoso.)>> <<Allora (secondo colpo di tosse), mi dica. Di cosa vogliamo parlare?>> << Di tutto quello che lei desidera professore. (si carica: daidadaidadai, cazzo. Dillo.). Faccia di me ciò che vuole.(inclina la testa si tocca il collo e sorride).>> <<...(imbarazzo sconcertato)>> <<...(sorriso ingenuo)>> <<...(imbarazzo molto sconcertato)>> <<...(sorriso molto ingenuo)>> <<A-allora (prova a ricomporsi, ma ha senz'altro già in corso un’erezione.). Andiamo sul c-classico?>> <<… (ride dentro, tantissimo.)>> <<… (Si. Ho detto la cazzata.)>> In the aeroplane over the sea (Neutral Milk Hotel)Nomen Omen: il nome è un presagio, diceva qualcuno. Ma Chiara non è chiara e i suoi pensieri ultimamente galleggiano in uno spazio psichico raffermo. Dilatato, ma raffermo. Sta bene quando impugna il volante e il volante si fa disco. Il disco volante per la felicità. Perché la felicità è ovunque, lontano da qui. E allora via, via. (Vieni via con me?) Chiara deve andarsene da Chiara, lasciarsi un po’ da sola. Al suo personaggio ha sì fatto l’abitudine, la parte -così dicono- la recita anche bene. Ma dopo un po’ il trucco si scioglie e il bustino stringe. L’acceleratore la scuote, e senza accorgersene si ritrova ancora su quella strada. Quella in cui Luce ed Incanto si incontrano in una lotta feroce e meravigliosa. Dove Buio penetra Pazzia. E parcheggia l’anima, Chiara. Non sa confessare al passante che passa se ha il cuore leggero o pesante. Risponderebbe spazioso se solo questa fosse una risposta.
C. : “Chissà se il miele nel caffè è ancora dolce, è ancora miele.” P. : “Chissà se il cielo riflesso in una pozzanghera è comunque il cielo.”
Capodanno romanoLiberamente tratto da una storia, una piccola storia, vera.
Sono le quattro, un gruppo di amici entra in un bar nel tentativo sgangherato di prolungare l'euforia. Nemmeno ubriachi marci possono fare a meno di notare quel profilo diafano. Una puttana ceca sola. Alle quattro. In un bar di ubriachi marci. Un ritratto preraffaellita in una notte in fondo triste, in fondo come tante. Fuma e beve. Forse si prende una pausa. E si sciroppa un cazzone sudato qualsiasi che cerca di vendersi nelle vesti di “a tragic man”. Lei sta al gioco, con l’eleganza e il distacco che solo una meravigliosa puttana può preservare. In un inglese impeccabile risponde: “Non devi essere tragico. Io non sono tragica. Io sono come il tempo. Oggi c’è il sole, domani piove. E poi forse grandinerà. Ma tu non dici che è tragico, perché non è tragico. È solo il tempo.”
Ci sono persone che incontri tutti i giorni, ma che non hai davvero incontrato mai. E poi, ci sono quelle in cui inciampi per caso. Il tempo di rialzarti e te ne vai. Ma ti rimarranno dentro per sempre.
Ed è subito NoiaIl sipario si apre, tacete! Che entri in scena lo spettro di me stessa. Abulica ombra di quello che ero, sarò vittima sacrificale di un pubblico mai pago di vedere le mie gambe cedere, sentire la mia voce sciogliersi tremando. Perciò -coraggio- f a g o c i t a t e m i. Sbucciate il mio cuore, incidetene l’aorta, verticalmente. Farcite i miei ventricoli di stricnina, soffocate l’incerta filastrocca di sistole e diastole. E poi brindate, sì. Ubriacatevi del mio sangue. Il mio sangue è un cocktail di Noia e Strazio.
E, in serate propizie, rhum bianco. Figli di un dio minoreL’autobus corre veloce sulla strada e ci porta lontano, sempre più lontano da casa, nel cuore della Romania. Il mio gruppo ed io vivremo 15 giorni in un istituto per ragazzi rumeni, uno dei tanti, con l’intento di fare per loro qualcosa che ancora non ci è ben chiaro. Certamente il possibile. L’eredità di Ceausescu e del suo regime socialista, il più lungo che l’Europa abbia conosciuto, è spaventosa. Dal 1965 infatti, per più di vent’anni, la dittatura ha messo in ginocchio il paese. Per arrivare alla costruzione di una nuova società socialista, il governo impose una consistente crescita della popolazione: furono vietati l’aborto e l’uso di contraccettivi ed offerto un assegno alle famiglie con più di cinque figli. Centinaia di bambini, i “copii”, che non potevano essere mantenuti dai propri genitori iniziarono così ad affollare gli orfanotrofi statali, luoghi di assoluta negazione dell’infanzia, e continuano a farlo tutt’ora: Ceausescu venne fucilato il 25 dicembre del 1989, ma sembra non essere mai morto.
Scivoliamo via, lasciandoci alle spalle i grigi palazzoni di cemento delle periferie di Bucarest, e con essi il presente. Lo scenario prende nuove forme, il verde è ora così intenso da incantarci; e diventiamo ignare comparse di un romanzo gotico di un'altra epoca, ingenui protagonisti di una favola dei fratelli Grimm. Maestosi castelli, guardiani di oche, casette di marzapane e vecchine dal volto di carta crespa ci sfilano a fianco, e la nostra presenza poco s’intona con questa meravigliosa e malinconica melodia dell’est. La magia però ha subito fine: una brusca manovra dell’autista ci richiama alla dura realtà. La grossa scatola grigia rallenta solo per qualche secondo. L’eternità. C’è un giardino curato, silenzioso, definito da un cancello basso che chiunque potrebbe scavalcare senza alcuna fatica. I bambini sono circa una trentina, adagiati sull’erba. Si cullano, in ginocchio, nel vano tentativo di contenere la disperazione della loro anima. È qui che ha inizio il moto perpetuo dei loro corpi, un’immagine che ti entra dentro come un pugno nello stomaco e non ti lascia mai. L’autobus riparte e, più pesante, ci conduce a destinazione. Il nostro istituto è un edificio grande, fatiscente. I vetri alle finestre sono rotti e non c’è riscaldamento quando la temperatura raggiunge lo zero, d’inverno. Dormiremo nelle stanze dei copii, che ci toccano incuriositi ed emozionati. Una ragazza, rasata a zero, si aggrappa ai miei capelli, un’altra, senza scarpe, mi prende per mano. Molte di loro nascondono la propria femminilità dietro a magliette larghissime, cappellini degli Yankees arrivati in beneficenza da chissà quale parte del mondo, ed atteggiamenti duri, aggressivi. Il motivo è semplice quanto doloroso: allontanare l’attenzione dei guardiani e dei ragazzi più grandi dalle loro morbide forme. Ancora più penoso è scoprire dove quell’attenzione si sposterà. S. ha circa 10 anni, ed è sorprendente come riesca a presentarsi, nonostante le violenze che subisce sin da quando è molto piccolo, come un bambino qualunque. Ti guarda con aria smaliziata e grida qualcosa in rumeno: sei la prossima preda di una delle sue fantasiose marachelle. La porta della camera di S. non ha la chiave. E di notte, qualcuno alza la musica. Poi ci sono loro, i ragazzi più indifesi per la loro delicatezza fisica ed emotiva. Fanno pulizie, bucato e commissioni di ogni genere per i copii più forti, oltre ad essere, naturalmente, il loro passatempo quando si spengono le luci. Ma non puoi distinguere i buoni dai cattivi: chi è vittima oggi diventerà con grande probabilità carnefice domani.
Attualmente circa 45 mila bambini rumeni vivono oggi in condizioni disumane, abbandonati a loro stessi. Più di 3 mila di loro sono affetti da Hiv. Eppure il paese sembra pronto ad entrare nell’Unione Europea, il 1 Gennaio 2007.Una stradaDa piccola credevo che il luogo migliore per nascondersi dovesse essere lontano, piccolo, difficile da raggiungere.
Magari molto in alto, o molto in basso.
Doveva essere silenzioso, anonimo.
Oggi passeggio su un marciapiede di una grande città, e non mi sono mai sentita tanto sola, trasparente.
Qualcuno mi spinge, qualcuno mi impedisce di seguire il percorso -l'unico- che avevo in programma.
Devo fermarmi, decidere se passare a destra o a sinistra. Devo guardare per terra, dove metto i piedi.
Per loro è tutto così normale. Toccare una spalla, andare dritto.
Avere sempre qualcuno accanto, così vicino col respiro, ma così lontano col pensiero.
Loro sono quella strada. Sono la sua anima, il suo battito.
Si muovono insieme, respirano insieme.
Poi un semaforo e un colpo di tosse. L'imbarazzo della staticità, l'angoscia di una pausa.
L'impazienza di camminare ancora, a tempo.
Io qui ci vengo per nascondermi.
Loro sono così diversi da me, sempre così pronti. Come se fosse facile.
Il mio cammino, invece, singhiozza.
SeCosa avrei potuto fare:
- passeggiare al parco da sola godendo dell'unica stagione in cui non ho allergie e posso respirare.
- ascoltare, sdraiata sul letto, discografie di: De Andrè, Guccini, De Gregori, Vasco, Queen, Rolling Stones, Beatles.
- finire Il Rosso e il Nero, iniziare e finire I Bambini delle Fogne di Bucarest.
- seguire la prima lezione di "Sii una buona massaia!" tenuta da mia madre uscita da questa porta a destra.
- vedere per la terza e non ultima volta dell'anno American Beauty, amandolo come la prima, anni fa; o in alternativa 2 film di Allen su La7.
- stare ore in msn ad acquisire velocità di scrittura, per aggiungere una nota di colore al mio curriculum.
E invece:
Studio come l'eterocromatina condensata nel nucleo non contenga geni, dunque non venga espressa.
Davvero servirà tutto questo, o finirò per impegnarmi a garantire ai miei concittadini un efficace servizio di nettezza urbana?
SognoSogno un uomo, è accanto al muro.
Ha i capelli arruffati di chi la mattina esce perchè deve uscire, buttando giù una brioche perchè deve farlo.
Il suo completo grigio è scomodo, la giacca gli va stretta. Da tempo, però, non ci fa più caso.
Non fa più caso al suo lavoro di merda, ha ormai dimenticato di essere un artista.
Oggi è in ritardo più del solito ed accelera il passo, ricorrendo una meritata promozione.
Così, non si accorge di quanto il cielo sia azzurro e di come l'aria sia stranamente limpida ed elettrica, questa mattina.
Non si accorgerebbe nemmeno che la terra sotto di lui sta esplodendo, se non fosse per una vecchia signora, l'unica in fondo che non ha molto da perdere, in tutta questa brutta faccenda.
Lei lo scuote, gli mostra che tutti si stanno precipitando dalla parte opposta, verso la grotta, a pochi metri. Lì la lava non li raggiungerà, saranno salvi.
L'uomo si ferma, guarda il vulcano.
C'è qualcosa nel suo sguardo, una strana luce.
Sembra aver capito, finalmente. Sembra felice, di nuovo, dopo tanto tempo.
<Va tutto bene> dice alla vecchia e la guarda allontanarsi.
L'uomo non è come gli altri. Non avrebbe mai dovuto essere come gli altri.
Aspettava da tanto questo momento, la sua rivincita.
RiflessoFino a poco tempo fa pensavo che la parola amore fosse preziosa quanto la più preziosa delle pietre preziose. Pensavo di doverla usare in occasioni speciali quanto rare, con persone che quanto meno meritassero di sentirla dire “proprio” da me. Ma cambio idea, la cambio in continuazione. Mentre dico una cosa sostengo il suo contrario.
-La mia verità si trasforma, non ho certezze-
Probabilmente non naufragheranno mai in questa pagina, sperduta in un oceano di pensieri virtuali, ma vorrei dedicare queste righe a tutte le persone che ho amato, anche solo per un secondo. Perché si può amare immensamente, per un niente, in un secondo.
Per amarti mi è bastato passare un po’ di tempo con te, condividere un segreto, sentirci piccole insieme. E’ bastato alzare gli occhi verso lo stesso cielo, essere cullati dallo stesso sole, prendere fiato dopo una lunghissima corsa senza meta, né pensieri. Per amarti mi è bastato stringerti forte la mano, mentre sfidavi te stessa. E’ bastato sentire la tua meraviglia, mentre affondavi le mani nei miei capelli. Per amarti è bastato che guardassimo insieme le stesse cose, che ci sentissimo ugualmente impotenti, che avessimo le mani legate dalla stesso filo spinato. E’ bastato che soffocassimo insieme lo stesso urlo, che mandassimo giù in un sorriso le stesse lacrime amare.
Per amarti mi è bastato accorgermi di quanto mi amavi.
Se il tuo amore è davvero grande, quell’amore ti avvolgerà.
Jack O'LanternJack era una vecchia canaglia, ubriacona e taccagna. Come ogni sera stava cercando la strada di casa, ostacolato dal buio e dai fumi della birra scura, che lo costringevano a saltellare sui suoi, incredibilmente quattro, piedi.
Avrebbe mollato. Un attacco di cirrosi epatica sarebbe stata la sua condanna, quella notte stessa.
Ed il Diavolo era ormai intenzionato ad impossessarsi della sua anima da peccatore, ma.. Lui non è così malvagio come lo si descrive.
Si fece impietosire dall'irlandese e decise di esaudire il suo ultimo desiderio: trasformarsi in una moneta da 6 penni, per un'ultima bevuta (originale Jack, davvero originale).
Avvenuta la mutazione, Jack afferrò la moneta e la mise nel suo portafoglio. Peccato (per il Diavolo) che il suo portafoglio (probabilmente rubato ad un trappista dal gusto kitsch) avesse ricamata sopra una croce.
Imprigionato irrimediabilmente, per riottenere la libertà, il Diavolo accettò di non pretendere mai più l'anima del vecchio.
Il suo fegato, però, non tenne conto di questi accordi, e un anno dopo decise di averne abbastanza (perchè si sa, il fegato, se ci si mette, è più cattivo del demonio).
Ora, visto che di andare in Paradiso proprio non se ne parlava, Jack si presentò alle porte dell’Inferno.
Ma il Diavolo non dimentica. <<Una promessa è una promessa>> disse fiammeggiando, <<pertanto, caro il mio Jack, vattene da qui: io non ti voglio.>>
Jack si guardò indietro, e vide solo buio, sulla via che avrebbe dovuto ricondurlo a casa.
Il principe delle Tenebre, che per quanto sia malvagio, è pur sempre un signore, prese un tizzone infuocato dalla fornace eterna e glielo lanciò.
Jack aveva con se una grossa rapa (chi non viaggia con una rapa in tasca!): la intagliò e ci mise dentro il pezzo di carbone incandescente, per illuminare la strada.
Da allora, nella notte di Halloween, se guardate con attenzione, potrete intravvedere una fiammella che vaga nell’oscurità, alla ricerca della strada per casa. Dedicato a chi regge la melaIn macchina non faccio che ascoltare il Van Des Froos de "Il figlio di Guglielmo Tell".
E' una canzone che ho conosciuto quest'estate grazie al Gruppone, ovvero i ragazzi con cui sono andata in Romania, a Bistrita, un inferno popolato da angeli (storia lunga, difficile da raccontare, e di cui ,tra l'altro, sono particolarmente gelosa).
Il testo è in dialetto e recita..
<<Sun't el fiö del Guglielmo Tell, che l'era un gran òmm
però de me, i geent, i se regòrden gnanca el nòmm e pensà che sèri mè, quel fiöö cun la poma in söe la cràpa e pudèvi mea tremà e pregàvi…"sperèmm che la ciàpa !" E i geent i me vardàven tücc, i me vardàven giò la finestra i öcc i me puntàven tücc, ma me vardàvi la balestra… (Tradotto: Sono il figlio di Guglielmo Tell, che era un grande uomo però di me, le persone, non si ricordono neanche il nome… E pensare che ero io quel bambino con la mela sulla testa e non potevo tremare e pregavo…"speriamo che la prenda!" e la gente mi guardava, mi guardavano tutti dalla finestra tutti gli occhi mi puntavano, ma io guardavo la balestra ...) "Dài papà,dài papà…Proviamo almeno con l'anguria…"
"Non dubitar di me figlio mio, lo sai che divento una furia!" "Dài papà, dài papà…Proviamo almeno col melone…" "Non si può figlio mio, tu lo sai… e poi non è neanche la stagione…" "Dai papà,daipapà…Proviamo almeno col pompelmo…" "Non temere figliolo, tuo papà si chiama Guglielmo !" Però l'è mea pö taant bèll…vèss el fiöö del Guglielmo Tell
perché me de quèla volta sun in giir cun là el patèll e sun cunteent per el mè pà, che l'han fatto eroe nazionale ma da allora se vedo una mela comincio a stare male…ma male... ( Tradotto: Però non è poi così tanto bello essere figlio di Guglielmo Tell
perchè io da quella volta sono in giro con il patello e son contento per mio padre, che l'hanno fatto eroe nazionale ma da allora se vedo una mela comincio a stare male…ma male…) El papà l'era giò in fuund, l'era giò ch'el ciapàva la mira
e me südavi frècc perché tra l'altro el segütava e segütava a beev giò bìra… "Desmètela de beev, papà, se no te ghe vedet dùpi" "Niente paura figliolo, maal che vàda…te cùpi !" (Tradotto: Papà era giù in fondo, era giù che prendeva la mira
e io sudavo freddo perchè tra l'altro continuava a bere birra… "Smettila di bere, papà , se no ci vedi doppio" "Niente paura figliolo, male che vada…ti uccido!") Ecco lo sento, lo sento…adesso scocca! Chi è quel bigolo che ha parlato come sarebbe a dire: "Proviamo con l'albicocca ?" Non conoscendo bene il dialetto e basandomi sulla melodia pensavo che questa fosse una di quelle canzoni spensierate. Che fanno sorridere.
Bene, non mi sbagliavo (carina la parte in cui il ragazzo propone frutta, e geniale quella in cui lo str*nzo dal pubblico ha l'idea dell'albicocca). Ma c'è molto di più. Insomma, io davvero non c'avevo mai pensato al figlio di Guglielmo Tell.
All'altro punto di vista.
Chissà quanto mi lascio sfuggire ogni giorno. Quanto poco ho imparato di quello che avrei potuto imparare lasciando un po' soli (credo farebbe bene anche a loro) il mio Io e il suo Superiore.
Chissà quante persone ci sono dietro, accanto, sotto.
Persone che forse non si vedono, ma che fanno prendere forma a storie, piccole e grandi. PioveA volte sento dentro di me tutto il male che ho attorno.
Mi prende alla bocca dello stomaco e non riesce ad uscire.
Occhi che implorano aiuto, un aiuto che nessuno potrà mai dare. Mani tese inutilmente, pallide, come a dire:<<Forse siamo vicine. Forse mi capisci>>.
Un disperato camminare avanti e indietro, un moto perpetuo per sentire che ci sei, che hai tutto sotto controllo.
Avrei davvero tanta voglia di ridere, ridere senza fermarmi, senza un motivo, per non pensare.
Una risata ridimensiona le cose. Le rende piccole, le umilia.
Luce spentaColori. Come posso spiegarti i colori?
Farti toccare il fuoco, dà il calore del rosso.
Rinfrescarti d'azzurro.
Annusare un fiore, ha il profumo dell'arcobaleno.
Oggi il cielo era bellissimo, ma non era giusto lo guardassi.
Ho chiuso gli occhi.
Lumaruga e TartamacaIn un brutto giorno di fine primavera, una lumaca ed una tartaruga d'argento hanno perso casetta e guscio cadendo per terra. Mamma dice a papà: <<Papà, papà, aggiustale!>> Papà risponde: <<Ma certo cara! Ci penso io! Saranno come nuove!>> Questa mattina mamma ed io guardiamo sul tavolo. E ci facciamo tante risate, fino a piangere. Ottimo lavoro, papà.
A PaoloCi sono persone per cui il tempo non passa mai. Non perché un chirurgo plastico dia vita sui loro volti a suggestive composizioni di quello che dei loro volti rimane. Non perché abbiano venduto la loro anima al Diavolo. E nemmeno perché tentino di fermarlo -il tempo- stando fermi. Come se trovare una posizione che consenta loro di stare in equilibrio, sia necessariamente una posizione comoda. Da ballerina ormai arrugginita, ti posso assicurare che esistono manciate di posizioni per stare in piedi. E nessuna di queste è confortevole come il sorriso che la frizzante fanciulla in tutù potrebbe far sembrare. Ci sono persone per cui il tempo non passa mai, semplicemente perché per loro -per noi- il tempo non esiste. Non esistono gli anni. Non esiste ieri, oggi, domani; non la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno. Ci sono persone che non si rinchiudono in tristi gabbie a strappare al triste battito di ogni triste secondo che passa tristi petali da una triste margherita. Ci sono persone che non appartengono al tempo. Che si esaurisce. Ma ad un luogo, e ad un pensiero. Senza confini. Oggi, domani e sempre, festeggeremo il nostro compleanno. Dentro una macchina, davanti a una birra, tra il fumo di una sigaretta, con una risata, dopo un bisticcio. Le nostre anime lasciano un’ombra ovunque andiamo. E lì le nostre ombre rimangono. Nessuno le può toccare. Niente le può consumare. Nemmeno il tempo.
Auguri Paolo!
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